“Coro” Restaurant, un’esperienza unica nel cuore dell’Umbria

 A Versailles la conferma: eccellenza italiana tra le migliori al mondo 


"Coro è l'unione tra quello che nasce in cucina e ciò che accade in sala, un binomio indissolubile che ci appartiene fino in fondo. Il servizio di Coro è un’estensione viscerale di ciò che siamo, un’energia viva e collettiva che appartiene soltanto a noi e che non si può replicare altrove. Abbiamo scelto di spogliare la sala dai formalismi e dai codici prestabiliti: la vera urgenza è abbattere ogni sovrastruttura per fare spazio a connessioni umane autentiche. Si lavora per togliere attrito. Arrivare alle persone significa anche questo: essere chiari, senza perdere profondità."

(Francesco Perali) 


Il giovane imprenditore Francesco Perali e lo Chef Ronald Bukri sono i fondatori di una delle location enogastronomiche più esclusive d’Italia, sita nel cuore verdeggiante dell’Umbria, ad Orvieto, due passi dal Duomo del Signorelli. Un piccolo capolavoro in una chiesa sconsacrata del XVI sec., che unisce l’arte della cucina e dei sapori con la pace sensoriale di una quiete interna di rara concezione. Veri e propri visionari e precursori, FrancesCO & ROnald, i quali dalle loro ultime e prime iniziali danno il nome CORO alla loro illuminazione, è una realtà già premiata nientemeno che in Francia, al prestigioso Prix Versailles 2025, Patrocinato da UNESCO e Nazioni Unite, quale finalista dei 16 ristoranti più belli del mondo, unico italiano, insieme a Dubai, Spagna, Cina, Finlandia, Regno Unito, Indonesia, Arabia Saudita, Thailandia e Stati Uniti! Un vanto per il Belpaese, già – oltretutto – riconosciuto anche con Due Forchette dalla Guida Gambero Rosso ed il prestigioso riconoscimento The Fork Awards come Migliori Aperture del 2024. 

Esatto, solamente due anni di vita per la creatura dei due professionisti, ma già un successo con pochi precedenti, grazie a un team e a una brigata in cucina tra le più attente e scrupolose mai concepite. Tant’è che, per gli ospiti che hanno avuto modo di passare da loro, più che una incredibile cena è soprattutto un’esperienza di vita, un’emozione continua, una crescita e un’elevazione che né Roma né Milano né altre grandi metropoli possono donare con altrettanta intensità.               

Ronald Bukri è la mano d’oro e ‘poeta’ di tutto questo, con i suoi piatti ricercati ma allo stesso tempo straordinariamente buoni. Nato a Durazzo, in Albania, nel 1987, e toscano d’adozione, la sua formazione prende corpo in cucine d’autore in Italia, Regno Unito e Australia — Il Canto, Arnolfo, Inkiostro, Atman, Sketch a Londra, Guillaume at Bennelong a Sydney — luoghi in cui lo Chef ha imparato a leggere la materia e dare un nome alle tecniche. 

Con il passare del tempo, Bukri trae una convinzione netta: la cucina non è un effetto ma un’essenza. Ciò che serve resta, ciò che distrae scompare. La sua visione nasce dalla somma di equilibrio, disciplina, ascolto e studio delle culture culinarie del mondo: dal Mediterraneo ai Balcani, dalle fermentazioni orientali alle grammatiche di cereali e legumi, fino alle materie marine trattate con precisione chirurgica. Ogni incontro diventa lessico, mai imitazione. E così prende forma una cucina ricca di suggestioni e rievocazioni, dove la memoria dà profondità e l’invenzione ne definisce la forma. La sua storia personale, l’Italia del presente e le verità del mondo che incontra si fondono in piatti che parlano in maniera diretta, senza codificazioni. 




LA FILOSOFIA 

Oggi Bukri e Francesco guidano CORO come un laboratorio di costanza e profondità. “La cucina non è un esercizio di stile, ammette lo Chef, ma un lavoro di precisione ripetuta: una ricerca che si misura nella costanza, nei dettagli, nella capacità di far sentire ogni piatto necessario”. 

Una lucidità di chi conosce a fondo la tecnica e nel contempo la sensibilità di chi ascolta la materia permettendole di esprimersi da sola. Ogni elemento ha una ragione e una funzione e viene affinato, maturato, bilanciato e lavorato non per virtuosismo ma per responsabilità. È uno chef che ragiona come un artigiano e poi opera come un autore: misura, ricorda e affina, lasciando dietro di sé l’onestà di un pensiero gastronomico che non cerca scorciatoie narrative e non cerca di essere attuale, quanto piuttosto sincero e inevitabile. Bukri non carica i sapori di simboli perché per lui la profondità non nasce da ciò che si dice, ma da ciò che funziona: l’equilibrio di una salsa, la precisione di un’emulsione, la misura di una cottura diventano la forma più onesta di racconto. E così il cibo non è mai transfer narrativo — viene già considerato un linguaggio sufficiente: è una fiducia assoluta nel piatto, nella sua capacità di parlare da sé senza appoggiarsi a discorsi paralleli. L‘identità gastronomica dello Chef non si appoggia sul rigido classicismo italiano né sulla contaminazione facile: vive in una zona più complessa, dove l’Italia è radice e mai limite. Lì si intrecciano ricordi, tecniche apprese in cucine lontane, un istinto balcanico per l’acidità luminosa, una fascinazione orientale per la precisione, ma tutto questo non diventa mai una rigida codificazione. Bukri non colleziona influenze: le metabolizza, le filtra, le riduce all’essenziale e solo dopo le mette in relazione con ciò che considera “suo”. L’obiettivo non è sorprendere una volta, ma durare: affermare un’identità (italiana?) contemporanea che parla con limpidezza, senza eccessi e che trova profondità nella misura.