Il 20 settembre, al festival Fenix di Roma, Giorgia Meloni ha annunciato che il suo governo proporrà di vietare il burqa e il niqab nelle scuole italiane. Ha inoltre anticipato l’intenzione di limitare, in alcune classi, il numero di alunni privi della cittadinanza italiana e di rendere obbligatorio l’apprendimento dell’italiano per i genitori dei bambini che incontrano gravi difficoltà di inserimento nel sistema scolastico. Il governo deve ancora predisporre il testo da sottoporre al Consiglio dei ministri, cui seguirebbe l’iter parlamentare. Eppure, già il solo annuncio riporta l’Italia a una questione che attraversa l’Europa da anni: che cosa richiede davvero l’integrazione a chi intende vivere stabilmente in un Paese, e dove le istituzioni pubbliche debbano tracciare il confine tra una scelta religiosa personale e le regole comuni a tutti.
A scuola quel confine si vede con una chiarezza che difficilmente si ritrova altrove. Un bambino vi trascorre ogni giorno ore insieme a persone che non appartengono alla sua famiglia, alla sua religione o al suo ambiente culturale. La vita della classe si fonda sul contatto diretto, sulla conversazione, sulle espressioni del volto, sulla reazione all’insegnante e agli altri alunni. La richiesta che il volto resti visibile ha quindi una funzione pratica che va ben oltre l’identificazione. Riguarda il modo stesso in cui la scuola funziona e il modo in cui i bambini imparano, al suo interno, a vivere con gli altri.
Burqa e niqab vanno considerati separatamente dall’hijab. L’hijab lascia il volto scoperto e limitarne l’uso inciderebbe molto più profondamente sulla libertà religiosa. Con il burqa e il niqab, invece, il volto resta nascosto e i problemi giuridici e scolastici sono di natura diversa. Nel 2010 la Francia ha vietato la copertura integrale del volto negli spazi pubblici. Nel 2014, nel caso S.A.S. contro Francia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto allo Stato un certo margine per introdurre un simile divieto quando esso venga giustificato dalle esigenze della vita sociale e dell’interazione tra le persone. La sentenza è rimasta oggetto di un serio dibattito giuridico, ma ha mostrato che, nel diritto europeo, la copertura integrale del volto viene valutata anche alla luce delle condizioni della convivenza quotidiana.
Dopo la Francia, norme analoghe sono state introdotte anche in altri Paesi europei. Nel 2011 il Belgio ha vietato di trovarsi in luoghi accessibili al pubblico con il volto coperto in modo tale da rendere impossibile l’identificazione. Nel 2016 la Bulgaria ha vietato nei luoghi pubblici gli indumenti che nascondono parzialmente o completamente il volto. L’Austria applica un divieto di questo tipo dal 2017, la Danimarca dal 2018 e la Svizzera dal 1° gennaio 2025. Per il dibattito italiano, il caso dei Paesi Bassi è particolarmente rilevante. Dal 1° agosto 2019 la copertura del volto è vietata negli istituti di istruzione, negli edifici pubblici e sanitari e sui mezzi di trasporto pubblico. La Norvegia ha invece collegato direttamente la regola all’istruzione: dall’agosto 2018 alunni, studenti e personale non possono indossare durante le lezioni capi che coprano in tutto o in parte il volto, dalla scuola primaria all’università. L’ampiezza di queste norme varia da uno Stato all’altro, ma in una parte d’Europa il divieto di coprire il volto in ambito scolastico esiste ormai da anni.
Il diritto italiano offre già una base per discutere della visibilità del volto nello spazio pubblico. Una legge del 1975 vieta, senza giustificato motivo, l’uso di mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento di una persona in un luogo pubblico o aperto al pubblico. La Costituzione tutela la libertà religiosa, l’uguaglianza e il diritto all’istruzione. L’articolo 19 garantisce la libertà di professare la propria fede, mentre l’articolo 34 stabilisce che la scuola è aperta a tutti. Per questo il testo definitivo della futura legge conterà più dell’annuncio politico. Una regola sul volto visibile dovrà essere chiaramente collegata all’attività didattica e al funzionamento dell’istituto, valere nello stesso modo per tutti e prevedere eccezioni circoscritte per motivi di salute, dispositivi di protezione, attività sportive e specifiche attività scolastiche. Nell’anno scolastico 2023/24, nelle scuole italiane c’erano circa 931.000 alunni senza cittadinanza italiana, pari a circa l’11,6 per cento di una popolazione scolastica complessiva di circa otto milioni di studenti. È una categoria che racchiude storie di vita molto diverse. Molti di quei bambini sono cresciuti in Italia. I dati più recenti mostrano con ancora maggiore chiarezza quanto sia fuorviante considerarli tutti come migranti appena arrivati. In un rapporto pubblicato nel febbraio 2026, la Fondazione ISMU ha rilevato che il 59,5 per cento dei giovani stranieri tra gli 11 e i 19 anni è nato in Italia e che un ulteriore 11,7 per cento è arrivato prima dei sei anni. Tra gli studenti di cittadinanza straniera, i figli di immigrati nati in Italia costituiscono ormai la maggioranza a ogni livello di istruzione, dall’80,7 per cento nella scuola dell’infanzia al 51,8 per cento nella scuola secondaria di secondo grado. Anche i risultati scolastici richiedono una lettura più attenta. In media gli studenti di origine migratoria ottengono risultati peggiori in matematica e lettura, ma l’OCSE mostra che questo divario è spiegato in larga parte dalla loro condizione socioeconomica più svantaggiata. Quando nell’analisi si tengono conto il reddito familiare, il livello di istruzione dei genitori e altri fattori sociali, la differenza rispetto agli altri studenti non risulta più statisticamente significativa. Molti parlano a casa una lingua diversa dall’italiano e molti vivono in famiglie con redditi più bassi e minore accesso alle risorse educative. L’integrazione scolastica dipende dunque dalla conoscenza dell’italiano, dalla composizione delle classi, dai rapporti tra i bambini, dal lavoro con le famiglie e dalla capacità del sistema di impedire la formazione di ambienti nei quali comunità diverse finiscano per incontrarsi appena.
Da anni gli Stati europei discutono fino a che punto la libertà religiosa possa incidere sulle regole delle istituzioni pubbliche. A scuola la questione è particolarmente delicata, perché i diritti individuali si intrecciano con la responsabilità dell’istituzione verso i bambini e verso l’insegnamento. Lo Stato può disciplinare il funzionamento delle proprie scuole, ma ogni limitazione deve perseguire un obiettivo concreto, fermarsi a ciò che è realmente necessario per raggiungerlo ed essere applicata nello stesso modo a tutti. Senza regole comuni e chiare, comunità diverse possono vivere per anni nella stessa città mantenendo tra loro pochissimi contatti nella vita di ogni giorno.
Una delle critiche più severe rivolte alle politiche europee di integrazione riguarda proprio questa contraddizione. Quando persone che chiedono protezione da un ordine sociale o religioso che limita la loro libertà individuale pretendono poi, nel Paese che le accoglie, che la scuola o lo Stato accettino limitazioni simili, il richiamo alla tradizione diventa difficile da sostenere. La questione è ancora più controversa quando a sopportarne le conseguenze sono ragazze e donne. Una bambina che cresce a Milano o a Roma non dovrebbe avere uno spazio di libertà personale più ristretto solo perché la sua famiglia proviene da un ambiente in cui le norme religiose o familiari sono più severe. Le istituzioni europee si trovano così davanti a un obbligo molto concreto: lo standard di libertà offerto a chi qui ha cercato protezione deve valere anche per sua figlia, sua moglie e la sua vicina di casa. Altrimenti la tutela dei diritti diventa selettiva proprio nel punto in cui dovrebbe essere più salda.
La scuola assume una responsabilità particolare quando si tratta di ragazze minorenni e giovani donne. L’abbigliamento religioso, di per sé, non dimostra alcuna costrizione, e sarebbe sbagliato considerare ogni donna musulmana come una persona priva di volontà propria. Pressioni familiari, sociali e religiose esistono tuttavia in tutte le comunità, e la scuola non può ignorarle quando valuta la condizione di una minore. Deve garantire uno spazio nel quale la ragazza possa partecipare alle lezioni e sviluppare la propria personalità senza coercizioni, qualunque ne sia l’origine. Per questo la copertura integrale del volto in aula richiede una valutazione più attenta di un semplice richiamo all’uso o alla tradizione.
La storia italiana conosce una lunga tensione tra identità locali e ordinamento comune. Per secoli la cittadinanza romana si estese a persone di lingue, usi e religioni differenti, mentre diritti e doveri condivisi rimasero il fondamento dell’appartenenza politica. L’Europa di oggi è un mondo completamente diverso e l’esperienza romana non offre una ricetta per le migrazioni contemporanee. Un elemento, tuttavia, conserva rilievo per questa discussione: grandi differenze culturali possono convivere più facilmente all’interno della stessa società quando le regole comuni sono chiare e valgono indipendentemente dall’appartenenza a una determinata comunità.
L’Italia di oggi deve regolare questo rapporto in un contesto nel quale i cambiamenti demografici e culturali procedono più rapidamente di qualche decennio fa. Cittadini e residenti musulmani fanno già parte della società italiana e la scuola sarà sempre più spesso il luogo d’incontro tra tradizioni familiari, convinzioni religiose e concezioni della libertà personale differenti. Ogni regola che entra nel campo della religione deve avere una ragione chiara, un ambito di applicazione circoscritto e la stessa misura per tutti. Al tempo stesso, la scuola pubblica deve conservare il diritto di disciplinare l’attività didattica e i comportamenti in classe, senza regimi speciali legati alla comunità di appartenenza dell’alunno.
La portata reale dell’annuncio di Meloni si conoscerà quando il governo renderà pubblico il testo della proposta. Una norma su burqa e niqab può disciplinare la questione del volto visibile in aula, ma la politica italiana dell’integrazione si misurerà su un terreno molto più ampio. Saranno decisivi la conoscenza dell’italiano, la composizione delle classi, la prevenzione della ghettizzazione, il contatto quotidiano tra bambini di origini diverse e la protezione di ogni alunno da qualsiasi forma di coercizione. Da questo dipenderà quanto la scuola italiana riuscirà davvero a restare uno spazio comune per bambini che provengono da famiglie e contesti sempre più diversi.
Di Dr Orhan Dragaš